Settimanale di notizie, approfondimenti, opinioni, commenti di esperti e documenti integrali.

Follow Us

L'Italia dentro al burqa

12 Agosto 2011 di 

Multa di 500 euro alla donna che indossa il velo e un anno di carcere a chi l’ha “costretta”. La proposta di legge sarà in aula a settembre. Occuparsi di “liberare le donne islamiche” evita all’opinione pubblica sempre più impaurita e confusa di pensare ai diritti delle donne che si stanno frantumando a velocità mai vista imbrigliati in questioni di lavoro.

L'Italia dentro al burqa

Hanno esultato le donne del centro destra per il disegno di legge contro burqa e niqab (i veli islamici integrali). Approvato alla commissione affari costituzionali (voto contrario del Pd, astensione di Fli, Udc, e Idv), sarà discusso in aula a settembre.

Prevede che la donna che indossi il velo integrale sia passibile di una multa di 500 euro, e chi l'ha costretta fino a 30 mila euro e fino a un anno di carcere.

Sarà poi interessante dimostrare in che modo il marito abbia costretto la moglie a indossare il velo, e in che modo si possa entrare nella vita privata di due coniugi, all'interno di clan chiusi, e stabilire l'avvenuta imposizione. Sarà anche interessante capire che fine farà la donna che vada ad esempio a denunciare il marito che impone veli, visto che in Italia stanno chiudendo anche i centri anti-violenza. E se per caso a questa donna verrà garantito un inserimento sociale, un lavoro, una casa, e immaginiamo una protezione...

In Francia comunque la legge anti-burqa è già in vigore.

Ma non va confusa, anche se entrambe investono simboli religiosi, o meglio, tradizioni più o meno integraliste, con la legge del 2004. Questa, approvata con larghissima maggioranza dall'Assemblé Nationale (494 voti a favore e 36 contro) riguardava il divieto di esporre in modo evidente simboli religiosi nelle scuole, quindi hijab, kippa, turbanti e croci cristiane. Ammessi solo simboli discreti.
Chirac commissionò un lungo studio a Bernard Stasi, che diede appunto il nome alla commissione Stasi (che non è la polizia politica tedesca). La legge non si applica agli abiti dei genitori e degli studenti nelle università.

Da noi una Commissione Stasi, non potrebbe neppure essere pensata, perché aprirebbe una voragine incolmabile e un dibattito senza fine tra stato, chiesa e laicità che nessuno ha interesse a aprire. Quindi per la Francia le aule delle scuole italiane e la Lega nella sua guerra di gadget a forma di croce o di fiorellini di montagna, sarebbero totalmente fuori legge.

Per cui si è pensato di copiare la Francia con l'anti-burqa. In Italia consiste in una piccola estensione della legge relativa all'obbligo di mostrare la propria identità in luoghi pubblici, vigente dal 1930. Inoltre anche il decreto antiterrorismo del 2005, penalizza chi tenta di nascondere la propria identità, e può già interferire con chi scelga di vestirsi con abiti come il burqa. Le donne musulmane si consideravano libere di portare il velo in pubblico.

Con la legge proposta oggi si aggiunge una maggiore restrizione a burqa e niqab. Questo per regolamentare una questione che riguarda un centinaio di persone in tutto il paese, su 1,25 milioni di musulmani. In compenso ci si aspetta un poderoso ritorno mediatico. E il tutto a costo zero.

In Francia l' anti-burqa è entrata in vigore l'11 aprile 2011 dopo interminabili polemiche ed è stata pubblicizzata con 100. 000 manifesti e 400.000 depliant che riguardano meno di 2000 donne. Tante sono le persone che in Francia portano il velo integrale su sei milioni di musulmani.  

In cambio si è accesa e radicalizzata una contrapposizione culturale riuscendo a fare del burqa non il simbolo della sottomissione del genere femminile, come tutti cercano di fare anche in Italia, ma dell'incapacità di una società di tutelare le proprie minoranze.

I manifesti con cui in Francia si è comunicata la nuova legge, raffiguravano l'ennesima Marianna. Non quella rivoluzionaria a seno scoperto, ma una modello Restaurazione con corpetto stretto, accollata e pudica. La scritta: “La République se vit à visage découvert”. La Repubblica si vive a viso scoperto.
Almeno su questo siamo certi che l'Italia paese di logge e di cricche, nessuno avrà il coraggio di imitarli.

L' applicazione della legge in Francia pone, come era stato ampiamente previsto, non pochi problemi. Uno fra questi, è che si deve definire lo spazio pubblico in cui esercitare il divieto. Se una donna ad esempio si trova su un mezzo di trasporto pubblico è passibile di multa. Niente multa se invece guida un' automobile su una strada perché l'automobile è uno spazio privato.
Ma a questo punto si prevede il codice stradale:“guida pericolosa”.

Due ragazze, con una performance significativa per le strade Parigi, hanno messo in evidenza la marea di ridicole contraddizioni che si snodano con il divieto del velo integrale. Non ultima l'ingiunzione continua alle donne occidentali, da parte del mercato, di denudarsi e di identificarsi in questi modelli in vendita, chiamati da molti “libertà”. (vedi video)

In Italia, se la legge prendesse il significato puro e semplice di doversi rendere riconoscibili, avrebbe molto senso quanto afferma Emma Bonino a riguardo: “indossare il burqa o il niqab integrale in pubblico viola le leggi dello stato e il concetto della piena assunzione della responsabilità individuale”.

Ma l'analisi della questione va fatta esclusivamente sul piano delle comunicazione e della volontà di immissione dell'argomento nel circuito mediatico nazionale.
Visto che la legge vuole comunicare ben altro dal suo scopo eventualmente accettabile che è appunto quello evocato da Bonino. E visto che soprattutto la legge non riguarda nessuna libertà di nessuna donna, ma la strumentalizzazione di questa per veicolare altri messaggi.

Osserva Renata Pepicelli in Femminismo Islamico (Carrocci, 2010) “ In Afghanistan, liberare le donne dal burqa e dai talebani è stato uno dei principali argomenti della propaganda militare statunitense, e non a caso le prime immagini dell'ingresso delle truppe americane a Kabul ritraevano donne sorridenti e a volto scoperto. In Iraq , una volta smentita la presenza di armi di distruzione di massa , la motivazione addotta per giustificare l'occupazione militare è stata la volontà di costruire regimi democratici che salvaguardassero diritti umani, in particolare quelli femminili”.

Così ha commentato la ministra Carfagna che fa spesso richiamo a questioni culturali e di libertà, ma mai quando riguardano l'Italia:
“Il velo integrale non è mai una libera scelta ma un segno di oppressione culturale o fisica: vietarlo nei luoghi pubblici vuol dire restituire la libertà alle donne immigrate, aiutarle a uscire dai ghetti culturali nei quali tentano di rinchiuderle”.

Così anche per la legge sul burqa, la più goffa e ridicola delle difese è che nessuna donna porta questi veli liberamente.
E' davvero questo quello che interessa? O è l'intero paese a essere finito dentro il burqa come precipitato dentro un'enorme sottana?

Proprio per cultura e tradizione arretrate l'Italia ha delegato il più possibile welfare alle donne.
Servizi che avrebbero dovuto essere forniti dallo stato ma che con il generico termine di “famiglia” si assegnano alle donne. Con una sorta di “premio” alla fine che consisteva nella pensione a 60 anni anziché 65. La Ue, e ora anche i rimedi anti crisi, hanno imposto all'Italia di uniformarsi al resto dell'Europa e di innalzare l'età pensionabile delle donne a 65 anni.

Questo ha portato allo stato 4 miliardi di euro, la cui destinazione per politiche di conciliazione, e lavoro delle donne, è stata fatta oggetto di una legge emanata dallo stesso centro destra.

In violazione della sua legge, il centro destra ha distratto, o meglio, ha sottratto questa cifra dalla destinazione stabilita per   riparare buchi di bilancio.

Se un asilo nido della capitale costa 600 euro al mese, e i posti sono limitati, la scelta per una donna che vuole lavorare è appunto una sterilità auto imposta, che si completa con i molti episodi di firma di “dimissioni in bianco”. Cioè una carta in bianco che viene fatta firmare dall'imprenditore all'impiegata che in caso di maternità fingerà “liberamente” di dare le dimissioni.

Con ogni evidenza delle donne italiane non se ne possono occupare le donne del Pdl, che si danno una ragion d'essere nella scena politica ma soprattutto mediatica, appunto con battaglie come questa del velo. Non ultime le grottesche performance di Daniela Santanché alla quale è stata assegnata una scorta dopo che questa ha strappato il velo a delle musulmane in preghiera e gridato in tv che “Maometto era un pedofilo” (Pomeriggio Cinque, Mediaset)

Occuparsi di “liberare le donne islamiche” evita di porre all'esame dell'opinione pubblica, sempre più impaurita e confusa, una serie di diritti delle donne faticosamente conquistati, che si stanno frantumando a velocità inaudita, imbrigliati con questioni di lavoro.

Non avevano neppure finito di approvare il disegno di legge, che il risultato della eco mediatica si è fatto sentire qualche giorno dopo.

Una donna al mercato di Milano di piazza Langosta si è proiettata su due in niqab, strappandogli il velo al grido: “mi fate paura!”. Invocava poi le guardie e che queste applicassero la legge, che però ancora non è stata emanata.

Ma non sarà “la donna nera” una delle tante facce della paura della nazione?

Il Velo Integrale diventa così uno dei tanti vettori attraverso cui affermare il concetto di identità occidentale, che ben si appaia con le “ crociate” di Bush nate, guarda caso, quando l'Occidente stava perdendo la sua supremazia economica. La Francia di Sarkozy si è perfino dotata di un ministero dell'Identità Nazionale e dell'Immigrazione. Definito giustamente, all'epoca della sua creazione nel 2007 “ministero-muro”, per la ridicola contrapposizione che poneva.
Come ha molto ribadito Marine Le Pen dopo il massacro di Oslo “la questione che si pone oggi è quella identitaria”. Così anche il ministro degli Interni francese Guéant nel rispondere alla valanga di pernacchie che gli sono arrivate con questa legge anti-burqa sfodera il problema dell'identità e “dei francesi a casa loro”. Che in Italia corrisponde al leghista “padroni a casa nostra”, e alle varie zingaropoli su cui è stata costruita la fallimentare campagna milanese.

Ogni parte di mondo ritiene che la propria identità sia quella giusta e   che sia giusto imporla agli altri. Perciò anche nel mondo arabo è accesissima la questione identitaria, che a buon bisogno, ritiene essere superiore e migliore di quella occidentale. E nel velo (tutti i tipi di velo, hijab compreso) è infatti molto forte l'idea dell'affermazione della propria identità, e di messa al riparo dalla corruzione del mondo occidentale. Un'esigenza di escludere lo sguardo dell'altro e di restarne fuori. Che corrisponde alla stessa chiusura dell'Occidente. Solo che alcune donne rappresentano e vivono questa chiusura sul loro corpo.

La migliore definizione, sul tema identitario del mondo arabo e perfettamente calzante anche per noi, la fornisce Adonis, uno dei più grandi poeti arabi viventi :

“Tutti parlano dei identità. Mi fa riflettere molto. C'è una concezione secondo cui l'identità è qualcosa di prefabbricato, cioè si eredita la propria identità come si eredita una casa o un terreno. Dunque c'è la nozione di identità precostituita. Poi c'è un altro senso di identità che è fondato sull'appartenenza religiosa. Io sono contro sia l'una che l'altra. L'essenziale è l'essere umano, non è la società, non è la Umma [comunità di musulmani] nel senso religioso del termine, giacché è l'essere umano che fa un quadro, è lui che scrive una poesia, è lui che compone la musica.. e non è un popolo, non è la Umma. E' l'individuo. Quindi un'identità è totalmente legata alla creazione. E poiché la creazione si basa su ciò che è sconosciuto e non è mai la ripetizione di un'altra cosa, per me è l'uomo che crea la sua identità fabbricando egli stesso la sua opera. L'identità è un'apertura. L'essere umano non viene dal passato, ma viene dall'avvenire. E questa per me è l'identità. Una creazione perpetua.” (da un'intervista a “Red Tv” con Sabina Ambrogi ).

 

Sabina Ambrogi
© goleminformazione.it - riproduzione vietata
Sabina Ambrogi
Sabina Ambrogi
Informazioni sull'autore

Autrice televisiva, saggista, traduttrice. Collabora in Italia  con Repubblica, il Fatto Quotidiano, il Manifesto (nella pagina Visioni). In Francia,  per  il portale francese Rue89.com e TV5 Monde. Esperta di media , comunicazione politica e rappresentazione di genere all'interno dei media, è stata consigliera di comunicazione di Emma Bonino quando era  ministra delle politiche comunitarie. In particolare, per Red Tv ha ideato scritto e condotto “Women in Red”  13 puntate  sulle  donne nei  media. Per Donzelli editore ha pubblicato il saggio “Mamma” e per Rizzoli ha curato le voci della canzone napoletana per Il Grande Dizionario della canzone italiana.

Email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Video correlati

Articoli dell'approfondimento

In copertina sempre meglio una donna
Indignazione in Francia per la copertina dell'Express
Se non può essere nuda non resta che pescare negli stereotipi maschio-contro-femmina. L’importante è salvare la faccia buttandola in politica. In Francia l’ultima copertina dell’Express ha fatto discutere. In Italia l’Espresso sintetizza la crisi della Grecia con una bandiera dipinta sulla natica di una modella. E non si discute.
Lolite e baby gigolò nella pubblicità: di chi è la colpa?
C’è chi se la prende con i genitori dei bambini, chi con la rivista, altri con i pubblicitari che a loro volta si dicono disperati dalle richieste dei clienti. Così si dimentica il vero responsabile che pure si autodenuncia col suo nome scritto a lettere cubitali.
Odio razziale mascherato da femminismo (ipocrita)
Con la scusa di denunciare la condizione delle donne molestate per strada, il documentario “Femme de la Rue” che sbanca sui media francesi propaganda l’equazione “i ricchi non sono maschilisti, i poveri e gli immigrati sì”. Ma le associazioni per delinquere di stampo culturale fanno finta di non accorgersene.
Libertà sessuale e sfruttamento
A proposito di due vicende che hanno visto coinvolti due italiani in Tunisia, dell’omofobia nei Paesi musulmani, del turismo sessuale che per un terzo è gay ed è praticato principalmente dagli under 30 e delle donne che comprano i fidanzati.
Il corpo delle atlete
Competizioni, agonismo e sforzo atletico lasciano spesso il posto a primi piani su costumi e fondoschiena. De Coubertin sosteneva che “I Giochi Olimpici devono essere riservati agli uomini, le donne devono prima di tutto incoronare il vincitore”. Un secolo dopo qual è l’immagine che sta diffondendo Londra delle donne? Quella imposta dal meccanismo del marketing.
Sei incinta? Ti assumo
Primi casi in controtendenza negli Stati Uniti, il Paese che spende meno per i bambini e che non sempre garantisce il congedo per maternità. Brasile e Vietnam assicurano maggiori tutele. In Italia è Bankitalia a puntare sulle donne: un tasso di occupazione femminile del 60% innalzerebbe il Pil di 7 punti.
Le dimissioni di Minetti e la prostituzione del giornalismo italiano
Tutti le chiedono ma nessuno spiega perché. Fino a qualche mese fa il Pdl e Berlusconi consideravano la consigliera dalla bocca pneumatica persona di elevatissimo spessore culturale. Un caso da manuale che rivela rimozioni e complicità.
Il sesso utile delle giornaliste francesi
Quando i valori della famiglia sono politica e informazione. Dal neo presidente Hollande ai ministri del Lavoro e della Pubblica Istruzione passando per Strauss-Khan e le relazioni teoricamente segrete di Sarkozy.
Lorella Zanardo: Occupy Rai
Per la prima volta una candidatura al Cda della tv pubblica non viene dalla politica. Per la prima volta perfino Bersani si accorge che qualcosa è (potrebbe essere) cambiato. E il nome dell’autrice del web-documentario “Il corpo della donne” non arriva dalla rete ma attraverso la rete.
Beatrice Cenci, la giovane ribelle
Condannata per parricidio assieme ai fratelli, venne giustiziata a 22 anni. La morte del padre (autoritario e violento), le indagini e il processo ripercorsi attraverso la documentazione dell’Archivio Storico di Roma. Il dubbio su un verdetto voluto da papa Clemente VIII che acquisì così il patrimonio della famiglia nobiliare.
Amo’… che al cor gentil ratto (o zoccola) s’apprende
Stralci dell’antropologia femminile nell’epoca del berlusconismo. Nomi da fumettone di provincia, Iris, Ines, Marystelle, Nicole, Ruby… Questo primo reality- feuilleton restituito dalla procura di Milano ha due tratti fondamentali: la sceneggiatura da Oscar e l'uso consapevole che le donne fanno del loro corpo con l’assimilazione totale del disprezzo verso se stesse.
Le camicette a fiori: il programma di Marine Le Pen
I simboli sua religione, come il maquillage di Berlusconi e la canotta di Bossi, parlano molto di più dei suoi programmi: le camicette a fiorellini da Francia profonda, le rouche sovradimensionate affollate sotto il collo allentato e il sorriso infantile.
Le donne in politica ci sono… per fortuna
Della scarica di accuse a Rosi Mauro e delle frasi da epuratori etnici usciti dall'adunata di Bergamo si deve conservare per saggi di antropologia l'articolo del Foglio del 7 aprile: Ritratto del Capo nella sua isola delle femmine. Un racconto dell'Italia arcaica e arretrata non solo per i protagonisti ma soprattutto per l'opacità e l'acriticità dello sguardo di chi scrive.
Quanto è lontana l'Italia dai siti (sani) del sesso...
Non si contano neppure le ragazze che si pagano gli studi con le sex cam, prostituzione internet, come non si conta la fruizione di youporn. In Francia invece www.educationsexuelle.com è concepito da esperti per la sessualità degli adolescenti, destinato a genitori e ragazzi, corredato da70 video di approfondimenti con esperti e forum aperti.
Le femministe moraliste
La sciura Maria Luisa Agnese di Corriere.it. L'archivio di video della rubrica è un trattato di sociologia. Che dire del fenomeno della cantante Adele? Si chiede la giornalista: come avrà fatto a imporsi nello show biz così grassa?
La farfallina della politica che non vola mai
Lorenzo Calza disegnatore di “Julia” per Bonelli, e inventore di She, una donna problematica e complessa, ha giustamente ingrandito solo il dettaglio inguinale senza testa (che tanto non serve) di Belen e ha sostituito la farfalla con una svastica.
L’apartheid di Lego per le bambine
Il più tradizionale gioco del mondo inaugura le quote rosa e apre un “ghetto” fatto di cucine e saloni di bellezza tutti di mattoncini colorati.
Le indignate
Il ruolo centrale dei corpi delle donne nelle proteste in tutto il mondo e le risposte del mercato: la “Diesel” ha messo in commercio ginocchiere per praticare sesso orale senza provare dolore alle ginocchia. Si chiamano “Blowjob kneepads”.
Donna letterata? Meglio letterina
Riflessioni sull’articolo (provocazione?) che invita a togliere i libri alle donne per fare più figli e impedire l’immigrazione. Versione moderna della raccomandazione dei gerarchi fascisti: “chiavate e lasciatelo dentro”.
Il Ramadan via satellite e la libertà del corpo
Le ispezioni vaginali della polizia del Cairo suscitano meno scandalo della foto nuda che una ragazza egiziana ha pubblicato su Facebook in segno di protesta.
La maternità della Chiesa cattolica
Otto facciate dei quattro basamenti su cui poggiano le colonne dell’altare del Bernini in San Pietro, raffigurano i momenti salienti della gestazione. Fino al parto. Lo stemma di Urbano VIII, che commissionò l’opera, si gonfia come un ventre gravido.
Le scuse di Strauss Kahn e quelle di Berlusconi
Le differenze tra la porno-questione italiana e quella d’oltralpe. Uno non aveva un ruolo di guida del paese ma solo la velleità, non paga le prede, semplicemente ne approfitta e poi nega di averlo fatto. Si potrebbe dire che ha un maggiore senso dello Stato. L’altro dovrebbe invece servire il paese ma fa pagare alla collettività i suoi gusti sessuali e poi inchioda il parlamento a occuparsi della sua vita.
Terry De Nicolò e la favola delle api
Un film su questi ultimi anni di berlusconismo, a sua volta sintesi dell’ideologia neoliberista in salsa cattolica, dovrebbe iniziare con l’intervista alla escort Terry De Nicolò seguita dalla replica del direttore del Giornale Sallusti nella trasmissione “L’ultima parola”.
La diva chenoncè
Hatsune Miku, pop star di enorme successo in Giappone, ha 16 anni, è alta 1 metro e 58 centimetri e… non esiste. E’ figlia di un software e un’invenzione commerciale che affonda le radici nel tamagochi e che nasconde non poche insidie.
Miss Italia: le nuove cavie dell’industria
La violenza della manifestazione non ha limiti. Per le ragazze alle quali viene ipocritamente ripetuto che “sono belle lo stesso”, il “no” si trasforma in disperazione. Alcune piangono e si chiedono cosa c'è nei loro fianchi che non vada. In verità non si butta niente.
L'Italia dentro al burqa
Multa di 500 euro alla donna che indossa il velo e un anno di carcere a chi l’ha “costretta”. La proposta di legge sarà in aula a settembre. Occuparsi di “liberare le donne islamiche” evita all’opinione pubblica sempre più impaurita e confusa di pensare ai diritti delle donne che si stanno frantumando a velocità mai vista imbrigliati in questioni di lavoro.
Roma: il mistero buffo del vademecum antistupro
Il sindaco Gianni Alemanno con la scusa della sicurezza delle donne distribuisce un opuscolo pieno di pensierini elementari che incita alla caccia all’immigrato e all’acquisto di un prodotto di una società privata.
Pornopolitica: l’eclissi del desiderio
“Il godimento, il piacere, la soddisfazione stanno diventando un perverso piacere etico. Viviamo in una società dove ti devi sentire colpevole se non godi abbastanza. L'idea è quella di inventare se stessi continuamente”
Giovanna d’Arco e Barbie: se non ora, quando?
Mezzi di informazione e manifestazioni delle donne: tra resistenza patriarcale e arretratezza culturale dei media e della politica.

Questo sito NON utilizza alcun cookie di profilazione. Sono invece utilizzati cookie di terze parti legati alla presenza dei “social plugin” e di Google Analytics. Clicca sul bottone "Accetto" o continua la navigazione per accettare. Maggiori informazioni