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Dal nulla al libro: i costi fiscali

01 Giugno 2012 di 

Complessivamente il carico fiscale annuo si aggira per una piccola azienda italiana tra il 55 e il 60 per cento dell’utile. Quindi non si riesce a reinvestire niente, mentre all’estero investono in ricerca e sviluppo.

Dal nulla al libro: i costi fiscali
Qui vengono i dolori, anche se si gode di ottima salute. Argomento di oggi, infatti, sono i costi fiscali per un’azienda editoriale.
Bene, respirate, bevete qualcosa e cominciamo.
Se li volessimo definire rapidamente, potremmo semplicemente dire che codesti costi sono ENORMI.

Volendoli vedere più nel dettaglio – sperando che gli aspiranti editori abbiano già i capelli bianchi – li potremmo enumerare come segue:
- Iva al 4%, da pagare anticipatamente in tipografia su ogni singolo libro stampato. Si compila una dichiarazione in cui si attesta di essere editori e la si consegna al tipografo. L’Iva si paga con la fattura, anticipata, unico caso al mondo.
- Iva al 21%, ovvero quella che chiunque di noi paga su tutto ciò che compra. Nel caso di un’azienda, parliamo dei toner per le stampanti come dei servizi dei trasportatori e, più in generale, dell’acquisto di tutto ciò che non è libro, che invece ha l’Iva agevolata al 4%, come si diceva al punto precedente.
- La trimestrale Iva, ovvero il calcolo della resa forfetaria, da assolvere obbligatoriamente ogni tre mesi, quindi quattro volte l’anno, che può essere definito come il pagamento – se si è in debito con l’erario – del 4% del 30% del carico di libri fatto al distributore, calcolando sia quelli in giacenza nel magazzino del distributore sia quelli in vendita nelle librerie.
- Le imposte comunali, regionali e statali, in costante ascesa.
- Gli studi di settore, la cui mancata congruità è quasi scontata per una piccola casa editrice, visto che si è costretti a compilare degli studi di settore pensati per le tipografie e non specificamente per piccole aziende editoriali, nonostante gli editori in Italia siano quasi novemila. Se non si è congrui, si è soggetti ad accertamento dell’Agenzia delle entrate. I grandi editori, naturalmente, non sono tenuti a presentare gli studi di settore. E quindi a essere congrui. Evviva!
- Tassazione sull’utile di fine anno. Come se lo Stato dicesse all’azienda: “Ah sì, nonostante tutto sei sopravvissuta, non sei fallita e sei per di più riuscita a ottenere un utile a fine anno? Ora ti concio per le feste! Cosa? Vuoi reinvestire in formazione o in macchinari? Vorresti assumere una persona in più? Stiamo scherzando!?!”. Eh sì, stiamo scherzando, perché l’utile a fine anno viene tassato pesantemente e l’ammontare viene pagato in due tranche, con un saldo sulla dichiarazione dei redditi dell’anno precedente e l’anticipo per l’anno in corso. Complessivamente il carico fiscale annuo si aggira per una piccola azienda italiana tra il 55 e il 60% dell’utile. Quindi non si riesce a reinvestire niente, mentre all’estero investono in ricerca e sviluppo.

Poi, volendo andare a vedere “il pelo nell’uovo”, ci sarebbero da aggiungere a tutto questo la tassa annua di iscrizione alla Camera di commercio, quella all’Inail, la vidimazione dei libri sociali (per le Srl), la tassa sulla spazzatura e persino il canone Rai. Quest’ultimo è fantastico: la Rai – e prima di lei i nostri adorati parlamentari – ritiene che invece di produrre, uno se ne stia a cazzeggiare davanti alla tv o davanti al computer dotato di un apposito apparecchio di sintonizzazione tv. Alla Rai e ai parlamentari qualcuno dovrebbe spiegare che uno va al lavoro per lavorare, non per guardare la televisione. Altrimenti se ne resterebbe comodamente a casa. E pagherebbe la tassa-capestro di cento e più euro l’anno per la tv domestica invece che la tassa-ghigliottina di oltre 273 euro genialmente pensata per le aziende, continuamente vessate da lettere dell’ente pubblico televisivo nelle quali si minacciano punizioni di ogni sorta per chi non adempia al pagamento dell’inviso balzello.

A questi costi si aggiungono poi quelli degli stipendi del personale, variabili a seconda del tipo di contratto.
E poi c’è il DURC… No, del DURC parliamo nella prossima puntata. La tenuta delle coronarie è già abbastanza a rischio.
Insomma, signor ministro dello Sviluppo: paghiamo abbastanza per non avere nulla in cambio o pensa che ci sia ancora qualche spazio per ulteriori drenaggi di Stato? Magari – senza nulla togliere ad altri – si potrebbe pensare a un nuovo balzello per aumentare la misera paghetta di Stato alla famiglia Bossi o di migliorare i servizi a favore delle olgettine. Questioni di stato ben più pregnanti che non lo sviluppo e la salvezza di milioni di piccole aziende e lavoratori…
Luca Leone
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Luca Leone
Luca Leone
Informazioni sull'autore
Giornalista professionista, cofondatore e direttore editoriale della casa editrice Infinito edizioni. Ha scritto o scrive, tra gli altri, per Liberazione, Avvenimenti, Internazionale, Modus Vivendi, Il Venerdì di Repubblica, Popoli e Missione, Medici Senza Frontiere, Galatea, Vita, Misna, Il Cassetto. Ha scritto: - Infanzia negata, Prospettiva edizioni, Roma, 2003; - Il fantasma in Europa. La Bosnia del dopo Dayton tra decadenza e ipotesi di sviluppo, Il Segno dei Gabrielli, Verona, 2004; - Anatomia di un fallimento. Centri di permanenza temporanea e assistenza (a cura di), Sinnos editore, Roma, 2004; - Srebrenica. I giorni della vergogna, Infinito edizioni, Roma, 2005 (seconda edizione, 2007); - Uomini e belve. Storie dai Sud del mondo, Infinito edizioni, 2008; - Bosnia Express, Infinito edizioni, 2010; - Saluti da Sarajevo, Infinito edizioni, 2011.
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